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Vita e morte nella visione autoriale della regista Nathalia Acevedo

 

Vita e morte nella visione autoriale 

della regista Nathalia Acevedo

Il suo debutto a Venezia con Salón de Belleza

Foto e intervista Blanca Estela Rodriguez ©


Giornate degli Autori, l’evento collaterale della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, ha accolto la proposta di Nathalia Acevedo che debutta come regista con Salón de Belleza, basato sull’omonimo romanzo di Mario Bellatin.

 

Il lungometraggio, come lo indica il titolo, tratta di un salone di bellezza che per un periodo porta avanti l’attività per la cura delle donne, finché una malattia sconvolge tutto e il giro cambia radicalmente dal fornire benessere all’accogliere persone in fin di vita.

 

Gli acquari sono parte di questa realtà decadente, dove sembra che la morte si aggiri tra i pesci e la gente ospitata. Solo il protagonista, Sam Louwyck, riesce a incaricarsi di ogni cosa, gestendo quel luogo che svanisce e riappare continuamente tra ricordi, non si sa se sogni e il presente.

 

Nathalia Acevedo non è la prima volta che calca uno scenario di questo calibro, è stata presente in altri festival con produzioni come Ruined Heart e The Trouble with del filippino Khavn de la Cruz e il danese Illum Jacobi, rispettivamente. Il suo nome ha cominciato a risuonare grazie alla sua partecipazione in Post Tenebras Lux del direttore Carlos Reygadas.

 

Dopo la proiezione per la stampa, abbiamo conversato con lei. All’inizio, si è parlato dell’Italia e del Messico e poi ci si è addentrate in pieno nelle domande sul suo universo creativo e sullo specifico lavoro presentato al Lido di Venezia.

 

BER.- Nathalia, benvenuta, come stai?

 

NA.- Sto molto bene, molto contenta. Oggi esce il film nelle Giornate degli Autori. Soprattutto, mi emoziona che il cast veda che il film prende vita da solo. Siamo tutti molto felici.

 

BER.- In che modo hai riconosciuto il romanzo dello scrittore Mario Bellatin come materiale per adattarlo al cinema e per il tuo debutto come regista? Che ti ispirò?

 

NA.- Ho letto il romanzo e ho conosciuto Mario nel 2015 grazie a degli amici in comune. Credo che il romanzo oggi sia più rilevante rispetto a quando è stato scritto negli anni 90. A partire da lì, Mario e io abbiamo tenuto diversi dialoghi, dove si parlava di tutto, a volte di questioni molto filosofiche. Ad un tratto, è arrivato il Covid, e abbiamo visto il romanzo come una sorta di premonizione. Quello che mi piace del romanzo è che è ciclico e fuori dal tempo, e non invecchia mai. Ha un universo così visivo e cinematografico che poi mi sono detta: sì, è questo il film che desidero realizzare come regista. Tutto è andato in modo naturale. Il film non solo si ispira al romanzo, ma soprattutto ai dialoghi che Mario e io costruimmo insieme.

 

BER.- Ti sei preoccupata di essere fedele al libro o ti sei permessa tutte le possibili licenze creative? Come hai maneggiato questo?

 

NA.- Mario sempre mi ha spinto a fare un adattamento proprio. Tra l’altro, abbiamo parlato che l’ideale sarebbe che ci fossero diversi adattamenti. Il libro è così aperto che permette tante interpretazioni personali. Mario mi lasciò fare e addirittura mi incitò a non realizzare un adattamento esatto e questo mi ha reso più libera. Inoltre, a me piace molto il mare, il mio tempo libero lo dedico a fare immersioni subacquee o in apnea e anche questo mi ispirò, l’amore che provo per il mare.

 

BER.- In questo film l’acqua è fondamentale per la costruzione di quel mondo, da una parte, pieno di vita, e da un’altra, dove c’è uno spazio in totale decadenza. C’è questa costante duplicità. È stato difficile il suo utilizzo nel set o si tratta semplicemente di effetti speciali?

 

NA.- Sì, con lo scenografo Nathan Parker, è stato sempre molto chiaro che l’acqua doveva essere un riferimento fondamentale. Riguardava un mondo che si dissolve, che sta annegando in sé stesso. Ci sono molti riferimenti a delle civiltà antiche che non esistono più, che sono scomparse e anche noi possiamo scomparire nello stesso modo. Ha a che fare con una questione ciclica in cui arriva la morte e poi nasce qualcos'altro. L’acqua ha un significato nodale nel film decisamente. La pioggia dentro e fuori. È un mondo che si annega in sé stesso.

 

BER.- L’esistenza che svanisce è emblematica e caratterizza la struttura narrativa e visionaria del racconto. Quale credi che sia stato il tuo apporto per dare più enfasi?

 

NA.- Nel romanzo tutti i personaggi che abitano questo spazio sono uomini e io ho voluto fare tutto più aperto, più contemporaneo, senza genere e senza identità precise. Ci sono molte scene che non esistono nel libro. Il mondo acquatico al di fuori degli acquari è un apporto personale. Inoltre, nella storia quell’amore fugace a cui ho voluto dare più presenza giacché nel libro solo viene menzionato e invece io l’ho accentuato e sviluppato ancora di più, e quella vicinanza fisica che si necessita e la ricerca dell’amore.

 

BER.- Anche se nella storia, la città non è un posto ben definito, potresti raccontarci dove si trovano tutte quelle location? Il mare, il vulcano attivo, il mercato con i tagli di carne e pollo, e la tangenziale sopra due palazzi.

 

NA.- Il film è stato girato tra l’Italia e il Messico. Si era pensato anche al Perù per una questione di relazione personale. Ma alla fine, abbiamo scelto solo il Messico e l’Italia, e a me sono piaciuti questi luoghi caotici, dove ci sono le loro proprie regole e al contempo, c’è vivacità e violenza. Ho voluto in effetti costruire il tutto in due paesi per depistare e perché non fosse così facile riconoscere i posti. Infatti, potrebbe essere qualunque città del mondo. Con la globalizzazione, tutto ha uno stesso codice, la stessa chiave. Nel copione c’erano il vulcano e i corpi pietrificati, e Napoli è stata di grande ispirazione.

 

BER.-Per quanto riguarda l’attore Sam Louwyck, funziona in questa storia, grazie alla sua interpretazione e al physique du rôle. Come è stato lavorare con l’attore e che abbia dato tutto di sé?

 

NA.- Sam è un attore straordinario e una persona preziosa. Ho avuto la grande fortuna di lavorare con lui. Essendo un’opera prima, ho avuto un cast che davvero mi ha accompagnato in tutto il processo e mi ha insegnato tanto. Sam è estremamente generoso e paziente e ha trovato il modo di manifestare le contraddizioni che il personaggio richiedeva, tra l’essere compassionevole o questa specie di semidio crudele e con tanto potere sulla vita degli altri. Un’altra cosa è che Sam ha una mascolinità e femminilità ben bilanciate, e con poche parole, ha potuto incarnare tutte queste contraddizioni che erano necessarie e che umanizzavano il personaggio in un modo molto bello.



         Frame del film Salón de Belleza per gentile concessione dell'Archivio Biennale di Venezia


BER.- La ricerca degli ospiti moribondi ricade in persone reali a punto di morire o la loro caratterizzazione è così azzeccata che fa verosimile quell’apparenza?

 

NA.- Per questo fatto, abbiamo girato vicino a un porto in Messico. Ogni giorno, facevamo dei casting. Necessitavamo di questi personaggi ed eravamo in questa zona, dove c’è una grande migrazione, gente di ogni parte del mondo. C’erano delle persone realmente malate o gente che si trovava nei centri di riabilitazione e che aveva una grande voglia di recitare e collaborare. Quindi abbiamo avuto a che fare con queste comunità e tutti erano grati di essere visti e di sentirsi importanti; è stato davvero molto bello. Il porto ci ha colto con gioia. È rimasto un grande affetto nei confronti di queste persone che hanno partecipato alle riprese.

 

BER.- Come è stato il salto da attrice a regista? Da dove nasce questa necessità di passare dietro la macchina da presa?

 

NA.- Il desiderio sempre è stato lì, incluso prima di recitare. Sempre ho voluto esprimermi in modo visivo. Mi piacerebbe scrivere un libro, ma la mia comunicazione passa attraverso il visivo. Quindi per me è stato naturale esprimermi con immagini e anche con le emozioni.

 

BER.- Fuori da questo contesto. Credi che ci siano persone come i pesci che si divorano gli uni con gli altri?

 

NA.- Sì, certamente, in questo senso possiamo entrare in un argomento politico. Quello che si vive come società, dove certamente c’è una forma di cannibalismo e un odio verso l’altro e quella voglia di imporre la legge del più forte che lo trovo spaventoso oggi giorno, dove tanti governi possono fare quello che vogliono senza ripercussioni. Genocidio e guerre sono presenti. C’è molta violenza e mancanza di empatia verso l’altro, è un tema importante nel film. La violenza che abbiamo, a volte è semplicemente o per paura o ignoranza.


Copyright © 2026 Blanca Estela Rodríguez per Bianche Visioni. I contenuti del blog sono protetti dal copyright. La riproduzione senza autorizzazione è vietata.

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Commenti

  1. Come in ognuna delle tue interviste, riesci a cogliere l'essenza dell'artista e tutte le sue sfumature. Anche in questo caso, le domande poste hanno fatto emergere il pensiero profondo e il sentire della regista.

    RispondiElimina
  2. Bellissima intervista.
    Al tuo solito, mai banale: attenta, precisa, puntuale e con quel qualcosa in più che fa sempre la differenza.

    Il film l’ho visto e mi è piaciuto un sacco.
    Chapeau!
    Anzi, doppio chapeau: sei riuscita a far dire alla regista, nell’intervista, più di quanto fosse riuscita a dire nel Q&A dopo la proiezione alla Mostra.

    Direi che non è proprio un risultato da poco! Brava

    RispondiElimina

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