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Intervista con l'attrice Paloma Petra del film Vainilla

 Intervista con l'attrice Paloma Petra del film Vainilla


Intervista e fotografie: Blanca Estela Rodríguez ©


Paloma Petra è giovane, ma se parli con lei sembra che le sappia tutte e che abbia le idee ben chiare, in effetti, è attrice, regista e produttrice, ha fondato Huasteca Casa Cinematográfica. Ha molto carisma e un sorriso contagioso. È nata nel Nord del Messico, di preciso a Monterrey, Nuevo León, uno degli stati messicani più industrializzati del paese, dove ha il profondo desiderio di far emergere il talento dei suoi compaesani e di tutta quella gente che le sta accanto, e ci sta riuscendo.

Ricorda con grande amore la figura del padre che l'ha spinta a non fermarsi mai e così è stato. In Vainilla, il film presentato nella 22a edizione delle Giornate degli Autori durante la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, Paloma continua il suo viaggio e fa la nonna della piccola Roberta, una donna che lavora duro e che comincia a sentire il peso degli anni, ma che non si abbatte con nulla,  c'è sempre per tutte.

BER. Grazie per accoglierci.

PP. Ma no, grazie a voi.

BER. Paloma, da dove cominciamo con tanto talento? La prima domanda che vorrei fare è in che momento della tua vita hai deciso di dedicarti a questo settore?

PP. Sono cresciuta guardando film assieme a mio padre. Mio padre era un grande cinefilo e aveva un locale a Monterrey, Messico, dove noleggiava film, il locale era uno di quelli che erano conosciuti al tempo come videoclub, inizialmente vendevano solo vinili e CD e poi hanno incorporato il noleggio di DVD. Mio padre ed io avevamo il rituale di noleggiare film giovedì, venerdì, sabato e domenica e avevamo a casa il sound system 5.1. Lui era un melomane e un cinefilo; il suono per lui era molto importante e pure l'esperienza di vedere film. Quando avevo 13 o 14 anni, mio padre mi lasciò guardare Requiem for a dream e tutto il mondo lo criticò dicendo che come era possibile che mi potesse dare il permesso di guardare questo tipo di pellicole e lui rispondeva che io dovevo vedere cinema d'arte. Quindi sin da piccola, il cinema mi accompagna. Ci piaceva molto David Lynch e tant'altro. Amadeus, per esempio, era uno dei preferiti in casa. Quindi sin da giovane età ho cominciato a coltivare questa passione per il cinema. Io ero sempre quella che organizzava eventi in famiglia ossia quella tipica storia dove una bambina desidera cantare, ballare, recitare, io ero così e volevo fare questo.

BER. Sei stata in diversi festival tra cui Berlinale, Morelia, Monterrey, Locarno. Che ti lasciano i festival? Quale esperienza porti con te ogni volta che partecipi a un festival del cinema?

PP. Ho imparato moltissimo, soprattutto perché non ho studiato cinema. Quando partecipo ad un festival per me è come la mia scuola di cinema, dove posso vedere film di diverse parti del mondo e sentire il dialogo che esiste con i cineasti, è il modo in cui ho imparato il mestiere del cinema e mi piace molto il fatto che ogni festival è molto diverso. Locarno è molto diverso da quello che ho vissuto qui a Venezia, la Berlinale pure. Ogni volta che partecipo ad uno nuovo, imparo tanto da altre visioni e questo mi nutre costantemente come cineasta, e mi piace molto (ride).

BER. Sul tuo ruolo di attrice, come ti prepari? Qual è il tuo metodo di lavoro?

PP. Ogni personaggio è diverso, ma una cosa che faccio costantemente è che identifico una persona nella mia vita, che mi ricorda il personaggio e quindi questo diventa una guida per me, per costruire il personaggio. Per Vainilla, ho pensato molto a mia nonna Aurelia perché quando mi truccavano e mi mettevano le rughe, mi invecchiavano, sembravo praticamente lei, era fortissimo vedere mia nonna in me e dunque ho provato a canalizzare questo. Ad esempio, nel film La Paloma y el Lobo, io pensavo molto alla famiglia del regista Carlos Lenin Treviño, a sua madre, a sua sorella, e come era un lavoro molto personale per lui, la mia vera guida sono state tutte queste donne della sua famiglia.
Questo è il cammino che scelgo quando interpreto un personaggio, penso ad una persona reale della mia vita e la prendo come punto di riferimento.

BER. Ma questo lavoro può cambiare d'accordo al regista che hai di fronte?

PP. Certamente, nel film El Norte sobre el vacío con Alejandra Márquez, non avevo una persona a cui pensare, era più un sentimento. Il mio personaggio era molto incazzato, c'era un disputa per il territorio, invasero sia il territorio terreno che corporeo, dovevo carburare la rabbia, inoltre ero in lutto per la perdita di mio padre, e quindi sì, in questo è uscito soltanto il sentimento. Ogni personaggio riesce a portarmi in altri luoghi.

BER. Invece come produttrice. Come scegli un progetto da finanziare? Metti il cuore, l'istinto, tutto, o hai già inquadrato un preciso budget e sai a cosa puntare?

PP. No. Seguo il cuore, e a volte sbagliando. Però io sono di Monterrey, Nuevo León, una città a Nord del Messico, dove in realtà non esiste l'industria cinematografica. Dunque da quando ho compreso che volevo fare cinema e volevo diventare attrice, ho capito che se volevo recitare, se volevo fare cinema, dovevo assolutamente farlo in prima persona, questo è stato il mio primo impulso e poi, produrre i progetti di altre persone, cercare di incoraggiare la gente del mio territorio. Appoggio il cinema fatto dai messicani del Nord, cinema fatto dalle donne, questo è quello che mi spinge perché credo che dobbiamo aprire un cammino per altre persone.

Sono dieci anni che produco e non ci posso credere che sia passato così tanto tempo. Ho cominciato con Carlos Lenin Treviño e mi ha insegnato tutto quello che so e mano a mano stiamo costruendo questo cammino per noi e per altre persone.

BER. Ci potresti raccontare proprio su Huasteca? Come è nata l'idea?

PP. Huasteca nasce con la necessità di decentralizzare il cinema in Messico, il cinema si concentra tutto a Città del Messico, e come cineasti del Nord sapevamo che dovevamo aprire quelle brecce per altre persone. Abbiamo cominciato con Latitud Norte, la tesi del CUEC di Carlos Lenin Treviño; lui è di Linares, un paesino circa ad un'ora e mezza di Monterrey, e la mia famiglia è di Linares, quindi abbiamo un grande legame con questo luogo. Così è cominciato tutto con il cortometraggio. La prima di Latitud Norte è stata nel Festival del Cinema di Monterrey, che come ben si sa è stata una prima rischiosa perché può succedere che facendo il tutto a casa, il cammino magari si possa chiudere per le prime mondiali, però ci siamo detti, questa è la nostra casa e vogliamo fare cinema per rappresentare la nostra gente, le nostre emozioni, i nostri sogni, quindi andiamo avanti e fortunatamente abbiamo vinto il premio Nest a San Sebastián, questo ci permise di andare anche a Cartagena, quindi abbiamo avuto molta fortuna, non ci siamo chiuse le nostre diverse possibilità di essere presenti in altri festival internazionali.

Huasteca ha prodotto questa opera prima di Mayra Hermosillo che è Vainilla e siamo in pre produzione con un regista di Monterrey, Christopher Sánchez con Pieles de arena. Pure io sono in mezzo, con la mia prima regia con El fin del mundo según Sofia. Mi emoziona che Huasteca possa appoggiare tanti registi del Nord; continuiamo a seminare.

BER. Entriamo direttamente in Vainilla. Cosa ti ha spinto a partecipare a questo progetto? E dicci di più sul ruolo che hai personificato.

PP. Ho conosciuto  Mayra giustamente durante il set de El Norte sobre el vacío e abbiamo avuto molta connessione perché lei aveva cominciato a produrre per potersi aprire il cammino come attrice e creare le sue proprie opportunità e pure io stavo nella stessa lunghezza d'onda e mi raccontò che aveva questa sceneggiatura e che era una storia molto personale della sua famiglia, mi disse che vedeva in me sua nonna, così io decisi di produrre Vainilla e di partecipare.

Il ruolo della nonna è stato tosto. Ero ancora in un processo di lutto per mio padre e vedermi fisicamente come mi sentivo dentro, angosciata, triste, consumata, è stato abbastanza forte, però sono così grata con quella Paloma che nonostante si sentisse completamente distrutta, ha saputo portare la nave in porto sia a livello attoriale che nell'ambito della produzione, è stata una tappa molto oscura, però oggi come oggi sono molto orgogliosa e contenta. Una frase di questo viaggio che mi ripeto spesso è: bisogna attraversarlo. Credo che lo sto facendo nel modo più dignitoso possibile, con rispetto e affetto.

BER. Chi è stato tuo padre?

PP. Una persona fuori da questo mondo, era un alieno, molto buono, una grande persona, che sempre dava molto. Era un uomo pieno di bontà (si commuove).

BR. Quando ti ha visto sulla scena, cosa è successo?

PP. Lui mi ha visto come attrice protagonista nel film La Paloma y El Lobo e alla prima, mi regalò dei fiori, cosa che non era da lui. Ma è andata così quel giorno.
Era talmente impressionato da tutto il lavoro fatto che non emise neanche una sola parola ed è stato lì che mi sono detta: ce l'ho fatta!

BER. Tornando a Vainilla, una pellicola con un cast tutto al femminile. Come è stato lavorare con tutte loro?

PP.  È stata una bellissima esperienza. Io, ad esempio, cerco di fare in modo che le mie produzioni siano per lo più con donne. Però sì, devo dire che stiamo ancora imparando a lavorare insieme, c'è una romanticizzazione del cinema al femminile, lo sguardo femminile, e possiamo lavorare su questa base, e dobbiamo questionarci come donne in che modo continuiamo ad esercitare violenze patriarcali o come continuiamo a replicare queste strutture.

BER. Com'è stato lavorare con la regista Mayra Hermosillo?

PP. Per me è stato molto interessante lavorare con una regista che è anche attrice come me. In Vainilla, c'erano più dinamiche di improvvisazione e tecniche di teatro, è stata un'esperienza molto ricca, che ringrazio.



fotografia: Blanca Estela Rodríguez ©



BER. E tu che mangi in una giornata speciale? Nel film mangiano gelati di Vainilla, tu invece?

PP. Sushi. Tutte le domeniche mio papà ci portava in un ristorante giapponese che si chiamava Tempu, di proprietà di Joshi Teru Koganei. A tutto il mondo sembrerà strano, ma anche se è un piatto freddo per me è la cosa più calda del mondo perché sono quelle giornate in cui mi trovavo in famiglia, con mio padre, mia sorella e mio fratello. Joshi è morto a dicembre del 2019 e mio padre a gennaio del 2020, quindi voglio pensare che se ne siano andati insieme.

BER. Che significa per te essere qui al Festival di Venezia?

PP. Per me è la prima volta, ha un'energia molto bella. Da lontano, pensavo che fosse frivolo, invece è molto caloroso. Mi piace che ogni giorno vedo film nelle sale, ma anche fuori dalle sale, solo il fatto di prendere il Ferry Boat, mi sembra già di vivere in un film, è una cosa molto surreale. Mi auspico che il festival possa essere un ponte per questa pellicola e per la carriera di tutte quelle persone che ci hanno partecipato.

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Commenti

  1. Interessante, peccato essermi perso il suo film 😉

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  2. Verrà distribuito da Bendita Film. Chissà, potrebbe essere riproposto in Italia.

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