La Cacciatrice di eredità presentato a Pordenonelegge 2025. Intervista con lo scrittore e sceneggiatore spagnolo Agustín Martínez
La Cacciatrice di eredità presentato a Pordenonelegge 2025.
Intervista con lo scrittore e sceneggiatore spagnolo Agustín Martínez
Intervista e fotografia Blanca Estela Rodríguez ©
Fiumi di persone nelle strade rivestite di giallo e nero, i colori che rappresentano Pordenonelegge, la festa del libro, che per cinque giornate ha reso emozioni, riflessioni e letture comprendenti tutti i generi della letteratura. La presenza di autori internazionali è stata massiccia e variegata e per l'occasione, abbiamo conversato con l'autore spagnolo Agustín Martínez, poco prima della presentazione del suo più recente libro La cacciatrice di eredità, thriller in cui è protagonista una donna dedita alla ricerca di defunti senza testamento per incassarne i loro averi, una storia che riserva molteplici strade e scoperte al lettore.
Agustín Martínez scrive sceneggiature da quando aveva 22 anni, proviene dal mondo della televisione, dove ha raggiunto un grande successo grazie alle serie tratta dal suo romanzo Monteperdido. Prima di cominciare con le domande, è stato deciso che non sarebbe stata usata la formalità del darsi del Lei e poi la conversazione ha avuto inizio in un tavolino esterno della hall del suo albergo.
BER. Grazie per averci ricevuto!
AM. Grazie a te!
BR. Tengo a dirti, e non so per quale motivo, ma quando ho letto la tua biografia, mi sono ricordata di un personaggio del lungometraggio Tesis di Alejandro Amenábar e ti ho associato a lui solo per il fatto che si trattava di uno studente della Facoltà di Scienze dell'Informazione di Madrid.
AM. (Ride) L'associazione ha molto senso perché ero compagno di università di Alejandro Amenábar. Infatti, sono stato sul set di Tesis e di tutti i suoi film. Siamo molto amici. Ci siamo conosciuti alla facoltà, lui è più grande di me, ma ci siamo conosciuti in questo mondo dei cortometraggi. Lui girava Tesis, mentre noi imparavamo a scrivere un po' alla volta.
BER. Il tuo libro pubblicato, in Italia da Salani e in Spagna da Planeta. Che cosa é La Cacciatrice di eredità o El Esplendor?
AM. Il romanzo è un thriller che racconta la vita di Rebeca e César che sono due cercatori di opportunità che inseguono l'eredità di un uomo morto senza eredi. Alla ricerca di quei soldi, finiranno in un mondo che è nascosto in una piccola isola della Manica che si chiama Alderney, dove si troveranno intrappolati come in una specie di ragnatela per mosche e metteranno a rischio la loro vita, è una storia del passato che va legata anche alla seconda guerra mondiale e all'occupazione nazista.
BER. César e Rebeca. Come prendono vita i tuoi personaggi? Ti sei ispirato a qualcuno della vita reale o pian piano li confezioni e dai loro un corpo e una personalità?
AM. Ho lavorato come se loro stessi fossero delle storie di suspense, oltre la trama ossia quello che succede, si scoprono anche i personaggi, i diversi strati che ha un personaggio, e pian piano si va approfondendo e scoprendo. Nel caso di questi personaggi, mi piaceva molto raccontare di questi cercatori di opportunità, che stanno al confine morale di ciò che è giusto o sbagliato, e che guadagnano in questo modo i denari. Mi sembrava interessante lanciare il lettore verso un viaggio assieme a loro e vedere fin dove potevano arrivare. Tutto questo romanzo sorge da un vero negozio che aveva attirato molto la mia attenzione perché si proponevano come cacciatori di eredità, è un posto reale, di gente che si dedica a perseguire eredità di persone che sono decedute senza testamento e questo già colloca il personaggio in un luogo ambizioso perché è alla continua caccia di denaro. Così ho costruito Rebeca e César, due personaggi che nel romanzo si perdono emotivamente l'uno con l'altro, è come un viaggio al contrario, invece di innamorarsi, racconto come si spezza poco a poco il loro legame.
BER. Molta carne al fuoco: paradisi fiscali, club di ricchi e per fino, un campo di concentramento nazista. Come sei riuscito a dare spazio a tutti questi argomenti? Come li hai intrecciati?
AM. Quando si costruisce un romanzo, il processo preliminare è come un processo di scoperta della storia stessa. Sin dall'inizio, ero interessato a questi personaggi che perseguono il denaro che si trova in un paradiso fiscale, dove è molto difficile rintracciarlo, e come paradiso fiscale avevo scelto le isole del canale della Manica, un vero paradiso fiscale, un luogo situato molto vicino alla Spagna, all'Inghilterra e alla Francia, ma anche al margine di tutto perché sono come un territorio dimenticato, sono lì, ma non ci sono, come se fossero ancorate nel tempo, e quando incominciai a fare il processo di documentazione centrato nei paradisi fiscali, mi sono ritrovato con una storia del passato che non conoscevo, l'occupazione nazista di tutte le isole, in specifico nell'isola di Alderney, dove si svolge la maggior parte del romanzo e ne rimasi affascinato. Mi sembrava incredibile che non si sapesse nulla a riguardo, in quel posto sono stati rinchiusi i prigionieri di tutte le nazionalità, italiani, francesi, ebrei, russi e anche ucraini, e da lì, iniziò una ricerca che durò un po' di tempo perché non è stato semplice trovare i documenti, e quadrava molto bene con la storia che io volevo raccontare che era quella di una serie di personaggi che stanno trattando di cancellare il loro passato per costruire una nuova vita, e questo precisamente è ciò che è successo con quel territorio, che ha un passato molto oscuro e nero e su cui è stato fatto un grande sforzo per eliminarlo e per cercare di dimenticarlo. Per me, funzionava perfettamente come metafora di tutto il racconto.
BER. Quindi lo spazio è anche un personaggio dentro il romanzo?
AM. Sì, in tutti i miei romanzi, in tutto quello che ho scritto, lo spazio gioca un ruolo molto rilevante sia come specchio dei personaggi che come riflesso della loro evoluzione psicologica, e in questo caso, il trauma dell'isola somiglia molto al trauma di Rebeca e di César che sono i personaggi centrali che provano a cancellare il loro passato.
BER. Di ogni scrittore, è sempre interessante conoscere il processo creativo. Com'è stato il tuo con La cacciatrice di eredità o El Esplendor?
AM. Non posso raccontarti una mistificazione dello scrittore. Però io ho avuto la grande fortuna di dedicarmi solo ed esclusivamente a scrivere. Ho cominciato a scrivere sceneggiature sin da quando avevo 22 anni per la televisione e per le serie, e di questo ho vissuto tutta la mia vita. Quando vivi di questo, o hai un orario razionale o non hai una famiglia, in qualche modo bisogna conciliare il tutto. Mi alzo e faccio le mie 8 ore di lavoro come qualunque altra persona e alcuni giorni rendo di più e altri giorni rendo di meno. Ed è vero che mi porto dietro un bagaglio della mia formazione come sceneggiatore, preparo molto le storie prima di cominciare a scriverle. Quello che dicono sugli scrittori di bussola o di mappa, ecco, io sono uno scrittore di mappa chiaramente, ho bisogno di lavorare molto la storia prima di mettermi a scrivere la pagina iniziale e nel caso de La cacciatrice di eredità o El Esplendor, mi ci è voluto del tempo, circa due o tre anni, raccogliendo materiale, organizzando tutta la storia che volevo raccontare, e quando avevo tutto chiaro, mi sono lanciato a scriverla.
BER. Hai sempre una nuvola di idee?
AM. Sì, ho una nuvola di idee e poi lavoro con uno strumento che si chiama scaletta, faccio una scaletta per ogni capitolo e se non ho questo, non comincio a scrivere niente. Quindi ho chiara la trama, ho chiari i personaggi, la loro evoluzione e i suoi archi drammatici, come vengono chiamati in tv. Alcune volte posso avere questo, ma poi posso cambiare tutto al momento della scrittura, comunque la base resta ed è sempre questa.
BER. Sappiamo che fai parte del trio di scrittori denominato "Carmen Mola", con il quale avete vinto il Premio Planeta 2021. C'è un Agustín prima e uno dopo? Questa esperienza ti ha cambiato?
AM. Sì, suppongo di sì. Antonio Mercero, Jorge Díaz e io, in un dato momento delle nostre vite, tutti i tre siamo sceneggiatori tv, io stavo facendo il mio primo romanzo che si chiamava Monteperdido, tutti i tre avevamo scritto romanzi, e improvvisamente ci è venuta in mente l'idea di scrivere insieme un romanzo come se fosse una sceneggiatura per la tv, in un collettivo, e da quella folle idea, nacque Carmen Mola e anche La novia gitana e quello che pensavamo che fosse un gioco e che lo facevamo per divertirci, all'improvviso si è trasformato in un fenomeno editoriale in Spagna e anche in altri paesi. E certo, c'è un processo di apprendimento. Come scrittori, abbiamo pubblicato molto, in 7 anni abbiamo fatto 7 romanzi, un romanzo all'anno. Inoltre, ho avuto del tempo per scrivere anche i miei propri romanzi e in tutto quel processo c'è un apprendimento importante. Credo di avere la fortuna di essere circondato da molte persone di talento e alla fine ci si nutre di questo e si continua ad imparare molto. Evidentemente quel Agustín, prima di Carmen Mola, penso che sapesse meno o che fosse più insicuro di quello che c'è dopo Carmen Mola (Sorride).
BER. C'è un boom o i noir e i thriller godono di un'ottima salute in Spagna? A cosa credi che si debba che i lettori vogliano o accolgano così bene questo genere?
AM. Non lo so, è vero che c'è un boom del thriller, e non solo in letteratura, ma anche nelle serie tv, nei documentari, nel cinema, anche in true crime, che sta invadendo tutto, va molto di moda. Credo che da una parte, sia un genere molto flessibile, in quello che chiamiamo cassetto disastro, ci stanno cose molto diverse, e alla fine c'è una grande varietà di storie con un elemento comune, un crimine e diciamo, anche un elemento delittuoso lungo la trama.
D'altra parte, credo che sia un genere che rende molto partecipe il lettore, ritengo che sia una delle grandi virtù dei thriller che quando uno entra nel racconto e ci si pone un enigma, il lettore sta dentro il romanzo e si gode molto il viaggio nel tentativo di svelare il mistero e di sapere quello che sta per succedere. Non è come in altri romanzi, dove si sta fuori, solo a ricevere il discorso dell'autore, e infine, vorrei aggiungere che il thriller sempre ha funzionato, da Patricia Highsmith, Dashiell Hammett o Hitchcock, nel cinema, sempre è stato molto presente. C'è qualcosa di torbido nell'essere umano che gode di affacciarsi alle cose oscure della condizione umana, che vuole sapere perché una persona è capace di uccidere, di violentare, di commettere atti lesivi, che desidera sapere perché succedono certe cose e credo che ci sia qualcosa di perverso, come quando in una autostrada passi a fianco di un incidente e inevitabilmente giri la testa per guardare. Quindi penso che ciascuno di noi, dalla tranquillità di casa o dalla comodità del divano, abbia la possibilità di affacciarsi a questo mondo attraverso un libro o un film.
BER. Hai degli autori che ti hanno ispirato? Punti di riferimento?
AM. Ho tanti punti di riferimento. Non sono fan di uno in particolare. Dennis Lehane mi piace molto; Patricia Highsmith mi piace come descrive l'essere umano e come trasforma persone normali in criminali e quel mondo psicologico intorno a loro. Nel cinema, mi piace molto David Lynch, sono della generazione di Twin Peaks e credo che quel mondo misterioso, di crimine e di una piccola società, mi abbia colpito molto, è proprio uno dei motivi per cui ho cominciato a scrivere. Altri autori che mi piacciono sono Ernesto Sabato e Bioy Casares, e pure Philip K. Dick anche se scrittore di fantascienza. Direi che sono abbastanza eterogeneo nelle influenze.
BER. Sei stato in Messico? C'è qualche posto o personaggio da cui potresti trarre ispirazione per creare una storia?
AM. Messico ha personaggi a bizzeffe; c'è tanto a cui potersi ispirare. Il Messico mi ha affascinato. Mi piace la cultura messicana, mi piacciono i messicani, sono molto gentili. Mi affascina come una società possa convivere con la violenza e da un'altra parte, mantenga una certa energia positiva nonostante tutto. Ricordo un aneddoto, dove si potrebbe trarre una storia. Mi trovavo a Teotihuacan, alle piramidi. Sono andato in bagno e ho sentito l'addetto alla pulizia dei bagni che parlava con un ragazzo dell'organizzazione del luogo, e gli chiedeva, ma tu vivi nel paesino che sta qui a fianco? e l'altro rispondeva di sì, io vivo qui. Ma scusa, è vero che passa un furgone che porta via le donne? e l'altro diceva ancora di sì, abbiamo tutte le donne dentro casa perché è vero, ogni tanto passa un furgone che, se trova delle donne per strada, le prende e le porta via. Ed è lì dove mi sono chiesto, caspita, si può convivere con questo? si può convivere con questa realtà dove i femminicidi accadono giornalmente? c'è una quantità impressionante di crimini, ma allo stesso tempo, i messicani sono meravigliosi, vanno a festeggiare, a mangiare, a passeggiare, a passarla bene, c'è una cultura molto vitale in Messico, e questa contraddizione, attira molto la mia attenzione.
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