Chaplin, Keaton, scoperte e film insoliti, il cinema muto vive. Intervista con Jay Weissberg, direttore delle Giornate del Cinema Muto
Chaplin, Keaton, scoperte e film insoliti,
il cinema muto vive.
Intervista con Jay Weissberg, direttore delle Giornate del Cinema Muto
Blanca Estela Rodríguez ©
Del cinema parla con estrema passione e competenza. Ad ogni risposta traspare sempre molta emozione, ma anche determinazione e lo dimostra con il programma che ha allestito quest'anno e con le idee chiare sulle proposte e obiettivi su cui vuole puntare.
Jay Weissberg è da quasi un decennio il direttore delle Giornate del Cinema Muto a Pordenone in Italia, dove sta svolgendo con grande professionalità il suo compito. Con lui, abbiamo dialogato di quello che rappresenta questa manifestazione, della sua visione e di tutto il lavoro che precede gli appuntamenti nodali.
BER. Quarantaquattro edizioni delle Giornate, perché oggi come oggi credi che sia indispensabile che la gente si avvicini, che guardi il Cinema Muto?
JW. Non facciamo mai queste domande per l'arte in generale, non c'è mai questa idea, non ci chiediamo mai perché dobbiamo leggere Steinbeck, perché dobbiamo leggere Hemingway, o Proust, autori di quel periodo, o perché dobbiamo vedere un quadro di Monet, o un Picasso.
Il cinema è un'arte popolare e il tempo passa molto più veloce per l'arte popolare che per l'arte, diciamo, delle élite. Per me, è essenziale che si abbia l'idea che il cinema è cinema, e che è un modo di capire meglio dove siamo, è un modo di dare uno sguardo al passato, e soprattutto, secondo me, in questa edizione era molto presente questa idea, non solo per gli argomenti per cui ho preparato una sezione del cinema in Ucraina, una sezione del cinema di Palestina, ma anche per la stessa forma dell'arte, come per esempio, ieri sera per The man who came back, un film girato nel 1924, in cui il montaggio era una cosa così nuova, ma anche la recitazione degli attori era così moderna.
È molto importante che la gente veda e che capisca che non parliamo di un tempo, e neanche di un'arte, arcaico o primitivo, o in qualche senso al di fuori di noi; e che non è naif. C'è un muro, anche se è un muro di vetro, tra il cinema muto e il cinema sonoro, ed è soprattutto nella mentalità della gente, e per me la cosa importante è proprio eliminare questo muro.
BER. Le Giornate sono state composte di film che trattavano di guerre o di battaglie. Sono state scelti appositamente in corrispondenza del periodo storico attuale o è stato un caso?
JW. Non è un caso per niente. Mi sento da sempre un uomo politico. Come critico del cinema per me è essenziale coinvolgere la politica, perché il cinema è politica.
L'idea di portare qui a Pordenone i film dell'Ucraina, e in questo caso film che non parlano della guerra, anzi sono film per bambini, questo è stato importante, trasmettere il messaggio, ricordare, che la vita continua anche durante la guerra e che c'è anche una società prima della guerra, e di dare un senso di umanità a queste popolazioni.
Inoltre, dal momento che ho questa vicinanza con i paesi arabi, come critico di cinema, ho la specializzazione nel cinema arabo, ho tanti contatti con registi palestinesi, egiziani, tunisini, ce li ho tutti sempre in mente. Nei paesi arabi per decenni è stato quasi normale non dare i nomi alle persone, non dare l'umanità, nemmeno dare importanza alla loro lingua che di solito non veniva mai sottotitolata.
Per me, è stato assolutamente essenziale dover dare questa finestra ad una popolazione che ha sofferto così tanto e con il programma di film sulla Palestina, nonostante tutti i film siano stati girati dagli inglesi come un tipo di propaganda durante la Prima Guerra Mondiale, in un modo o nell'altro, la popolazione può prendere possesso di queste immagini, può farle proprie, sia attraverso il montaggio che con la musica; questo è importante per me.
BER. Visto che siamo su questo binario. Ci potresti raccontare com'è il lavoro prima delle Giornate? Come avviene la scelta del programma?
JW. La scelta del programma non è difficile, è la realizzazione del programma ad essere difficile perché dobbiamo trovare le copie, ci sono pellicole che non sono disponibili per vari motivi, pellicole che sono rovinate o di cui esistono solo frammenti, o anche qualche volta sappiamo che i restauri non saranno pronti per Le Giornate e dobbiamo stare sempre attenti a questi sviluppi.
Per organizzare il Festival, siamo sempre in contatto con gli archivi. Sono molto fortunato perché il festival ha la fama di essere tra i più importanti del cinema muto e di solito siamo i primi a sapere quando c'è una scoperta. The man who came back è un chiaro esempio; sono proprio queste le cose geniali.
Durante l'anno, devo fare anche molti viaggi in giro per il mondo negli archivi e poi c'è sempre il ricercatore che mi chiede di fare un programma su vari temi.
BER. Il pubblico presente in sala si è fatto tante risate in questo festival e anche c'è stata tanta nostalgia. Com'è stata la scoperta o l'approccio con i filmati di Chaplin? Soprattutto con quelli privati, in famiglia?
JW. Il Festival ha sempre avuto un legame abbastanza forte con la famiglia Chaplin grazie a David Robinson, il mio predecessore, che è stato direttore per 19 anni. Lui ha scritto la biografia ufficiale di Chaplin. Ho ereditato questo legame con la famiglia Chaplin e soprattutto, con la Chaplin Office a Parigi. Ho parlato subito con loro quando i due curatori della sezione mi hanno chiesto di fare questa rassegna sulla fama di Chaplin, Six degrees of Charlie, ed è grazie a loro che ci è stata data la possibilità di proiettare questi gioielli.
Per me è stato veramente emozionante per vari motivi, prima con gli home movies in cui si vede Chaplin, anche negli anni 50 con film muti, Chaplin nel suo giardino, Chaplin e la moglie a Venezia e a Torcello, sono i film che danno l'idea dell'uomo e dello spirito dell'uomo. Vorrei sottolineare però che lui ovviamente è consapevole che c'è una macchina da presa, quindi c'è sempre una performance e lui dà l'illusione che sia una cosa privata, invece c'è sempre una performance. Lui è molto abile su questo, ma allo stesso tempo riesce a far emergere il suo spirito.
Inoltre, c'erano molti visitatori nel suo studio quando girava Shoulder Arms o City Lights con Winston Churchill. Questi film sono anche importanti non solo per lo spirito di Chaplin, ma anche perché danno l'idea della fama che aveva Chaplin. Perché lui era proprio la persona più famosa al mondo e anche questo l'abbiamo dimenticato.
La cosa impressionante, e che dobbiamo ricordare, è che Chaplin proveniva da una famiglia molto povera e siccome per gli inglesi c'era sempre stato un sistema di classe ferreo, Chaplin ha cercato di superarlo ed è riuscito ad essere amico dell'aristocrazia inglese, che non è una cosa da nulla.
BER. Le donne alle Giornate. Prima con il manifesto scelto, l'immagine di Dorothy Mackaill. Inoltre, gli eventi dedicati e il Premio Jean Mitry a tre donne vincitrici. Le Giornate tengono alla parità delle creative? Qual è la visione che avete in merito?
JW. Una delle nuove onde più importanti nella storia del cinema, sono state le nuove ricercatrici femministe, le teorie femministe, che hanno aperto i nostri occhi alla creazione dei film, ma c'è sempre qualcuno contro l'idea di considerare l'intero staff, quasi sempre è l'espressione di un gruppo di uomini che dà la corona a Fritz Lang, a John Ford e a tutti gli altri, ma un film è sempre una collaborazione.
Quindi grazie a figure come Jane Gaines, Christine Gledhill, e molte altre, finalmente abbiamo trovato tante donne dietro lo schermo, non solo come registe, ma anche come sceneggiatrici, montatrici, costumiste, e questo fa parte della nostra storia. Ma questo non vuol dire che questi film siano migliori.
Perché dobbiamo sempre dare un ranking, una classifica, di stelle, cinque, due stelle a tutto; è inutile a dir la verità. Non credo che si debba dire che lei sia più importante di lui o che abbia fatto un miglior lavoro di lui o viceversa. Dobbiamo trovare un modo di aprire le porte a tutti, perché questa è semplicemente la storia, questa è la cosa più importante.
Per quanto riguarda il poster, invece non è solo collegato all'idea delle donne del cinema muto. Con questo sguardo inquietante dell'attrice, abbiamo voluto presentare un avatar del nostro spirito in questo momento della storia, perché tutti noi siamo pieni di inquietudine e pieni di paura, del mondo politico, del mondo dell'ambiente, di tutto.
L'attrice Dorothy Mackaill aveva delle grandi capacità ed è stata quasi dimenticata nella storia, nonostante abbia fatto tante cose non solo nel cinema muto, ma anche nel periodo sonoro ed è stata una grande performer per Ziegfeld in Midnight Frolic.
L'immagine del manifesto richiama una scena in cui lei aveva ricevuto una proposta indecente e la sua espressione fa parte del nostro sentire in questo momento.
BER. Stai per fare 10 anni come direttore di questa manifestazione. Che viaggio è stato? Che tanto hai imparato? Che hai disimparato? Che tanto hai lasciato indietro?
JW. Tante cose, ma tante tante cose, è una domanda difficile da rispondere e anche difficile da sintetizzare. Forse le cose di cui vorrei parlare e che ho imparato, si trovano nella ricchezza in ogni archivio, questo assolutamente sì, e sapere della grossa difficoltà di lavoro per molti archivisti nelle istituzioni, dove non ci sono quasi mai i soldi sufficienti perché la cultura è sempre l'ultimo pensiero di tutti i politici e su questo ci sarebbe tanto da dire.
I miei momenti durante il festival più preziosi sono anche quelli del Collegium, un programma educativo con dodici giovani sotto i trenta anni. Per me, è il my safe space, è il mio spazio sicuro, e non perché siano tutti positivi, no, al contrario. Mi sento, challenged, in sfida, perché ho una certa età, ma ora con questa generazione, ritrovo che abbiano altre impressioni e guardino il cinema in un modo diverso, per me è sempre interessante imparare da questo. Loro, per esempio, sono molto più attenti ai problemi di misoginia, di razzismo, di omofobia. Loro sono più sensibili della mia generazione, e meno male. They are learning curves, sono curve di apprendimento. Per me, è anche un modo di guardare i film in modo diverso.
BER. Sei mai stato in Messico? Che rapporto hai con questo paese?
JW. Sono nato a New York, quindi il Messico non era mai così lontano, però come tante persone nordamericane e come tanti newyorkesi, quando ho avuto la possibilità di viaggiare, sono andato in Europa, e sono andato spesso. Solo quando ho fatto il trasloco qui in Italia, mi sono deciso e sono andato in Messico, in Brasile e in Argentina.
Il Messico è un paese molto grande e ricco. Ho avuto la fortuna di aver fatto parte della giuria del Festival di Morelia qualche anno fa e quindi purtroppo conosco poco, solo Città del Messico e Morelia. Devo dirti che quando sono stato lì, mi sono sentito molto a mio agio.
Per quanto concerne il Messico alle Giornate, vorrei citare il nostro collaboratore Paolo Tosini che ha lavorato in Messico per tanti anni. Grazie ai suoi contatti, c'è stata e c'è tuttora la possibilità di avere tanti gioielli dal Messico. Ma anche prima di Paolo, perché anche durante il periodo di David Robinson, è stata fatta una grandissima rassegna sul cinema messicano, soprattutto con i cinegiornali che fanno parte della storia del cinema e che di solito vengono dimenticati dagli studiosi.
Una delle cose che mi piace molto nel cinema è quel senso di un format internazionale, dove non ci sono confini, o se ci sono, trovare il modo di eliminare questi confini. Il Messico è stato sempre un punto di riferimento cinematografico, e non solo, per esempio, oggi abbiamo proiettato quattro o cinque cortometraggi girati in Francia e negli Stati Uniti, pellicole uniche della Colección Guerra Zacarías, e se dobbiamo pensare al Messico, lo dobbiamo pensare anche come un paese di distribuzione, come d'altronde tutti gli altri paesi.
Un aspetto da considerare è come la cultura cinematografica nazionale e internazionale possa sviluppare o distribuire i film, in che modo l'ha fatto e conoscere il pubblico che ha guardato queste pellicole, questo è uno spunto, un tema interessante su cui poter riflettere.
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